Ci sono piccoli e grandi dolori, certamente.
Ma non c’è una misura standard del dolore. Ognuno lo vive più o meno intensamente, per un breve periodo o per uno lunghissimo. E ognuno ha una percezione personale di ciò che causa dolore. Non si può dire che certe sofferenze sono più importanti, altre sono lievi o addirittura insignificanti.
È tutto relativo. Dipende da come prendiamo quello che ci accade, da cosa ci turba, da quanto valore attribuiamo a qualcuno o a qualcosa. La ferocia di un lutto, la pena per un amore finito, il tormento di una malattia, la desolazione della solitudine, l’angoscia di una delusione, sono magari percepiti con gradi diversi di gravità.
Dipende. Varia da persona a persona e non ci sono parametri uguali per tutti.
Ci sono ferite che per qualcuno guariscono in fretta e per altri restano una vita intera. Ci sono motivi che a certe persone sembrano sciocchi e per altre sono di enorme peso.
Ecco, io non mi convinco che possano esistere dolori banali. Anzi, non lo accetto.
Ogni dolore merita rispetto. Non sappiamo mai cosa rappresenta davvero per una persona. Cosa le faccia passare, perché la colpisce così tanto.
Credo che molte donne lo sappiano bene. Per sensibilità sono abituate a notare e a percepire anche minuscole ragioni di sconforto, di male, di apprensione. Sembriamo più fragili, se fatichiamo a scrollarci di dosso un dolore.
E invece siamo forse più attente, più profonde, più presenti.
Per questo accumuliamo più dolori, più frustrazioni, più preoccupazioni.
Ogni cervello registra un dolore in base a fattori emotivi, razionali, sociali.
Influisce il carattere, hanno un ruolo le esperienze pregressa, conta tanto il momento e il contesto.
Mi piace ricordare che anche questa è una sfaccettatura di umanità. Un modo per considerare che anche ciò che può sembrarci qualcosa di irrilevante, a qualcuno può procurare un dolore.
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